– Ai Sigg. ***

– Ai familiari degli ospiti della Fondazione RSA Vaglietti-Corsini

– Al Presidente della Fondazione RSA Vaglietti-Corsini

– Al Direttore sanitario della Fondazione RSA Vaglietti-Corsini

– Al Consiglio di Amministrazione della Fondazione RSA Vaglietti-Corsini

– Al Sindaco di Cologno al Serio

– Ai Consiglieri comunali

Oggetto: osservazioni in merito alla RSA di Cologno al Serio

Con la presente intendo rendere nota la mia posizione sulla vicenda segnalata tramite lo scambio di lettere tra i signori *** e i responsabili della Fondazione RSA Vaglietti-Corsini, in qualità di Consigliera comunale chiamata in causa, e approfitto dell’occasione per esprimere alcune considerazioni sulla RSA.

Nelle risposte fornite alla segnalazione dei signori ***, sia il Presidente che il Direttore sanitario spiegano che cosa sia, per quali motivi e con quali modalità debba essere messa in atto la contenzione di un ospite all’interno della nostra RSA. Personalmente, benché la contenzione sia – in alcuni momenti e seguendo determinate procedure – ritenuta un mezzo lecito, io credo che questa modalità di gestione degli ospiti in una RSA dovrebbe essere il più possibile ridotta e limitata. Immagino le obiezioni che potranno essermi rivolte: non hai idea di cosa significhi gestire sessantasette ospiti anziani, con decadimenti cognitivi e disturbi del comportamento! In realtà, nella mia esperienza ho avuto modo di lavorare in una RSA in cui la contenzione viene il più possibile evitata, tramite il ricorso a modalità di gestione degli ospiti affetti da disturbi del comportamento più rispettose della loro dignità e libertà individuale (in questo caso mi riferisco al modello protesico per la cura delle demenze o gentlecare). Essendomi informata, anche in seguito all’evento occorso ai signori ***, rispetto alla questione della contenzione, pur non essendo un medico, ho avuto modo di apprendere che questo metodo, definito dallo psicologo dott. Carrara “una prassi clinica piuttosto frequente nelle RSA” (i dati a disposizione indicano che in Italia dal 24% al 49% degli ospiti delle RSA è contenuto, mentre in Danimarca la percentuale è del 4%), in letteratura non dà evidenze circa la protezione dalle cadute: “dal 10% al 47% dei soggetti cade nonostante i mezzi di contenzione”[1]. Come ricordano Ermellina Zanetti e Silvio Costantini[2], “la discussione sorta negli ultimi 15 anni sull’utilità della contenzione fisica in geriatria ha determinato un ampio consenso sui gravi rischi del suo utilizzo e sulla sua inefficacia rispetto alle motivazioni che ne hanno sostenuto il ricorso. La contenzione può essere pertanto considerata come raramente appropriata nei pazienti anziani; nonostante ciò, nella pratica assistenziale ad essa si fa tuttora frequentemente ricorso”. La contenzione fisica, inoltre, ha potenziali complicanze, quali appunto cadute, ferite, abrasioni, contratture, aumento dell’agitazione, depressione, ansia, decremento dello stato funzionale, comportamento regressivo e addirittura la morte del paziente. Ricordano ancora Zanetti e Costantini: “Sono veramente poche le giustificazioni per l’uso della contenzione fisica: non controlla la confusione e l’agitazione, che anzi peggiorano, come indirettamente dimostrato dalla riduzione della necessità di utilizzo di psicofarmaci alla loro sospensione; non previene le cadute, anzi l’uso dei mezzi di contenzione è associato ad un aumento di cadute e vi sono studi che confermano che le conseguenze più gravi dopo una caduta riguardano soggetti che cadono mentre sono sottoposti a contenzione. In uno studio si è rilevato che la riduzione della contenzione fisica si accompagna ad un aumento significativo di cadute prive di conseguenze (nessun trattamento, non abrasioni o tagli, radiografie non necessarie), mentre il numero di cadute con conseguenze più gravi (ematoma, perdita di conoscenza, tagli e ferite da sutura, fratture, ricovero in ospedale, morte) è sostanzialmente sovrapponibile a quello che si verifica in soggetti non sottoposti a contenzione”. Per questi motivi, Alberto Cester apre il suo contributo sul tema evidenziando che “il miglior uso della contenzione in geriatria sarà quello di non usarla”.

Venendo al caso in questione, essendomi informata presso il Direttore sanitario, dottoressa Scaini, sono stata rassicurata: la contenzione della parente dei signori *** sarebbe avvenuta seguendo il protocollo. In realtà, tra gli ausili per la sicurezza menzionati nelle linee guida della nostra RSA non risulta esservi alcuna cinghia o laccio o fascia per legare una carrozzina al corrimano di una stanza. Tale pratica non trova riscontro nemmeno nella documentazione sulla quale mi sono informata, studiando la contenzione. Come ricordato dai signori ***, la loro parente era appunto contenuta in una carrozzina tramite l’apposita fascia e il tavolino; la carrozzina era poi legata al corrimano di una stanza, in modo che l’ospite risultasse posizionata con il volto rivolto verso il muro. Oltre a configurarsi come una pratica non prevista e non conforme ad alcun sistema di prescrizione di ausili contenitivi, è evidente come impedire il movimento legando una carrozzina ad un corrimano senza che la paziente possa vedere altro che il muro sia una pratica particolarmente odiosa[3], peraltro non adeguata a consentire la sorveglianza assidua che un paziente contenuto richiede in misura maggiore rispetto ad un ospite non contenuto. A mio avviso, si parva licet, l’evento che ha portato i parenti della signora *** ad inviare una lettera informativa anche ai Consiglieri comunali non si configura come un atto di contenzione fisica, ma come una vera e propria legatura[4]. Tale evento in sé è grave: ricordo che nel caso in cui la contenzione non sia correttamente utilizzata si possono configurare responsabilità di tipo penale[5]. Non sta certo a me attribuire eventuali responsabilità o colpe nel caso in questione; mi preme però sottolineare come l’atteggiamento dei responsabili della nostra RSA – come si evince dalle risposte fornite – sia teso non solo a minimizzare l’evento, riconducendolo all’interno di una procedura nella quale non è affatto previsto (si veda l’elenco degli ausili di sicurezza ricordato sopra), senza riconoscere la minima possibilità di errore, ma anche a colpevolizzare i signori ***, che hanno protestato ravvisando una violazione dei diritti dell’ospite[6].

Mi sono parsi particolarmente sgradevoli, al proposito, i toni e le parole contenute nella lettera dello psicologo, dottor Carrara: egli ricorda come la contenzione fisica sia una prassi piuttosto frequente in RSA. Ebbene, questa asserzione, pur rispondendo al vero, è rivolta ad avvalorare una prassi in uso anche presso la nostra struttura (come avrò modo di dire più avanti, tutti gli ospiti non autosufficienti sono abitualmente, ordinariamente contenuti in carrozzina tramite il tavolino); ma la contenzione, come ricordato anche nel nuovo Codice Deontologico degli Infermieri Italiani all’articolo 30, deve essere “un evento straordinario”[7]. Quanto all’osservazione sulla reazione del signor ***, da uno psicologo mi sarei aspettata maggiore comprensione nei confronti di una persona che è intimamente convinta di assistere (e non per la prima volta) alla violazione dei diritti di un proprio caro e che di conseguenza manifesta la propria contrarietà anche con toni veementi. La risposta del dottor Carrara mi è parsa poi un tentativo, non del tutto inoffensivo, di “psicanalizzare” il comportamento dei parenti, come se vi fosse qualcosa di patologico, quando a mio avviso essi hanno fatto valere i diritti di una ospite non cognitivamente autonoma: nella risposta si sottolinea assiologicamente come sia “particolarmente negativa, per il clima della RSA, la loro tendenza ad aggregarsi con altri (pochi) familiari, esclusivamente per criticare con veemenza vari aspetti del lavoro svolto, sulla base di loro interpretazioni sempre sospettose delle peggiori implicazioni”. Per quali motivi lo psicologo, che non è nemmeno stato chiamato in causa dai parenti nella prima lettera, si permette qui di esprimere questi giudizi sul comportamento dei due parenti? Egli richiama i signori *** al rispetto reciproco e al rispetto dei ruoli: si attiene forse egli a questi richiami nella sua risposta? Fa quindi appello alla coscienza dei “limiti” di una struttura aperta: trovare una parente legata ad un corrimano è forse un “limite” o la violazione di un diritto? Mi incuriosisce l’omissis al termine del punto sei: qualcuno si è forse accorto che la lettera contiene asserzioni molto forti verso i signori *** e ha provveduto ad eliminarne una parte ancora più sgradevole? Mi risultano assolutamente non condivisibili gli ultimi due punti della sua risposta: secondo il dottor Carrara “sarebbe un grave errore subire questo atteggiamento da parte dei familiari in questione”. La trasformazione dei signori *** da vittime di un torto subito nella persona della loro parente a improbabili carnefici nei confronti della RSA è compiuta, lasciandomi grande amarezza nei confronti di chi dovrebbe esercitare una professione tanto delicata e in un contesto così difficile. In conclusione, il dottor Carrara diffida chiunque dal “cavalcare” questo episodio: a parte la dietrologia esplicita in questa frase (dietrologia prima attribuita ai signori *** e ad altri “pochi” familiari), risultano veramente poco pertinenti al suo ruolo l’ammonimento intimidatorio e la preventiva attribuzione di responsabilità a chi voglia sollevare qualsiasi problema rispetto alla vita degli ospiti nella RSA di Cologno al Serio. Le uniche responsabilità individuate dallo psicologo non sono a carico dei responsabili della struttura, ma di un gruppo di minoranza dei familiari: il dottor Carrara è chiamato a svolgere il delicato lavoro di assistenza psicologica ai parenti e agli ospiti della struttura, oppure a dirimere in modo piuttosto manicheo controversie che potrebbero implicare responsabilità penali per la struttura stessa?

Non riesco a condividere nemmeno la risposta del Presidente della RSA, dottor Drago. Ritengo indelicato nei confronti di tutti i familiari degli ospiti, e in particolare dei signori ***, ai quali la risposta è indirizzata, sostenere che i parenti “spesso scaricano sul personale la frustrazione di una scelta obbligata”. Anche in questa lettera le responsabilità vengono attribuite ai familiari, accusati di criticare in maniera non costruttiva, limitandosi ad osservare e a non fare nulla (sono forse amministratori o dipendenti della RSA?): ma non compete certo ai parenti la soluzione dei problemi che insorgono, e che essi disponibilmente segnalano (suppongo che segnalare continui disservizi implichi che, una volta che questi siano noti ai responsabili della struttura, essi possano essere risolti dai responsabili, non di certo dai familiari; non credo inoltre che vi sia una sterile volontà di criticare, tanto più che è in gioco la qualità della vita dei parenti di questi signori e di altri familiari che si sono più volte lamentati: che beneficio trarrebbero dalla mancata soluzione dei problemi?). Come li si può accusare di non entrare nel gruppo dei volontari (che, essendo tali, si suppone facciano questa scelta in maniera spontanea e non coatta)? È forse questa una colpa, mentre non vi è alcuna responsabilità, a suo avviso, nell’aver legato ad un corrimano una ospite? Non metto in discussione lo stress che possa essere generato negli operatori di una RSA, peraltro già adeguatamente formati a questo tipo di lavoro e alle sue conseguenze, ma mi risulta che la struttura disponga, unica nella Lombardia, di un servizio di consulenza psicologica gestito dal dottor Carrara, che dovrebbe risolvere o minimizzare questi disturbi. Per quale motivo, dunque, questo stress del personale è, per ammissione dello stesso dottor Drago, “evidente”? Siamo forse in presenza di una situazione di burn-out diffuso, nonostante l’intervento psicologico operato nella struttura?

Vengo ora ad esprimere le mie idee circa la tematica delle RSA. Penso che l’organizzazione e la gestione di queste strutture dovrebbero essere soggette ad un continuo ripensamento critico che dia risposte adeguate alle trasformazioni della nostra società, la quale è peraltro coinvolta in un progressivo invecchiamento della popolazione. È purtroppo invalsa la tendenza alla medicalizzazione della vecchiaia e al suo occultamento nelle RSA, intese come luoghi di controllo degli ultimi anni della vita delle persone secondo schemi rigidi, volti ad annullare le diversità tra gli individui. L’argomento è stato affrontato e definito già da Foucault[8], che non a caso inserisce gli ospizi per anziani a metà tra le eterotopie di deviazione (l’anziano è deviante rispetto alla mentalità di una società orientata ad un’attività frenetica sempre e comunque, presa a misura del proprio valore) e di crisi (essendo l’anziano una figura che ricorda alla società i propri limiti e la propria finitezza, mettendone in discussione i presupposti). Gli anziani inseriti in questa tipologia di RSA non sono assistiti, ma sono controllati, foucaultianamente “sorvegliati”. La loro vita è rigidamente scandita sulla base dei ritmi imposti loro dalla struttura, a immagine e somiglianza della quale vengono riplasmati. In un contesto simile, è più facile che gli anziani manifestino disorientamento, senso di eradicazione, reazioni aggressive agli stimoli ambientali a cui sono sottoposti e al trattamento routinario che viene loro riservato dagli operatori. Ciò è tanto più evidente in ambienti che praticano il ricorso alla contenzione non come un mezzo straordinario di gestione dell’ospite, ma come una consuetudine invalsa, riservata a tutti gli anziani non autosufficienti. Sottolineano ancora Zanetti e Costantini: “La pratica della contenzione fisica in geriatria non è che la punta di un iceberg nella cui restante parte sommersa si celano i diritti negati agli anziani ospiti in istituzioni più orientate a custodire che a promuovere autosufficienza e qualità di vita”. Per questa tipologia di RSA, sembra calzante la definizione, coniata da Ivan Illich, di «iatrogenesi sociale»[9]: “La iatrogenesi sociale agisce quando la cura della salute si tramuta in un articolo standardizzato, un prodotto industriale; quando ogni sofferenza viene «ospitalizzata» e le case diventano inospitali per le nascite, le malattie e le morti; quando la lingua in cui la gente potrebbe far esperienza del proprio corpo diventa gergo burocratico; o quando il soffrire, il piangere e il guarire al di fuori del ruolo di paziente sono classificati come una forma di devianza”[10].

Sembra presentare diversi tratti riferibili a questa tipologia la nostra RSA: tutti gli ospiti si svegliano allo stesso orario (6 del mattino), consumano la prima colazione alle 8, il pranzo (uguale per tutti, senza possibilità di alternative nemmeno in caso di malore, come è recentemente avvenuto rispetto ad una ospite[11]) alle 11.30, la merenda (tè caldo servito in un bicchiere di plastica, senza cibi solidi) alle 14.30, la cena alle 18.00 e vanno a letto alle 19.00, sia d’inverno che d’estate. Non possono ricevere doni che consistano in cibarie (biscotti o altro) dai parenti o dagli amici che vanno a fare loro visita: è evidente come ciò sia spersonalizzante e trovi giustificazione in pratiche di semplificazione della gestione della struttura, e non in bisogni degli ospiti, la cui dignità viene in questo modo offesa. Gli ospiti non autosufficienti non allettati trascorrono le giornate su carrozzine a cui è applicato abitualmente (non straordinariamente!) il mezzo contenitivo del tavolino e non vengono accompagnati in bagno al bisogno, ma solo ad orari specifici[12]; nel resto della giornata, vengono invitati a scaricarsi nei pannoloni (inutile dire quanto ciò sia lesivo della loro dignità). So per esperienza familiare che addirittura un’infermiera ha minacciato mia zia, che si lamentava perché trovava sempre mia nonna fradicia di urina dopo qualche giorno che questa era diventata ospite della RSA, di cateterizzare permanentemente mia nonna, benché questa abbia ancora lo stimolo autonomo alla minzione, in modo da risolvere il “problema” del doverla portare in bagno (attualmente il “problema” è stato risolto concedendo a mia zia, infermiera professionale in pensione, dopo le sue continue lamentele – forse “non costruttive” e “sospettose delle peggiori intenzioni”? – la possibilità di accompagnare mia nonna in bagno al bisogno. Tutti gli altri ospiti che non hanno familiari altrettanto tenaci come vivono in questa struttura?). Altre volte, a obiezioni poste circa il trattamento riservato agli ospiti, il personale ha invitato mia zia a portare via mia nonna dalla RSA, se questa modalità di assistenza non le va bene[13]. Questi episodi sono sintomatici dell’atteggiamento diffuso (e tollerato dai responsabili della struttura, dal momento che non si tenta di arginarlo) da parte del personale nei confronti degli ospiti e dei loro familiari e ricalca quanto rilevato da Zanetti e Costantini circa l’automatismo nell’esecuzione dei doveri di assistenza rispetto agli anziani, che sembra “favorire negli operatori un atteggiamento di acritica indifferenza che può portare ad atteggiamenti di palese rigetto dei compiti assistenziali”. Come dicevo sopra, il lavoro di assistenza agli anziani non è certamente semplice, ma è difficilmente giustificabile che venga svolto in questo modo sotto i nostri occhi indifferenti. Come sostiene Marco Trabucchi, la relazione terapeutica tra anziano e operatore assistenziale è fondamentale e può essere una risposta possibile alle nuove sfide della geriatria. Che tipo di relazione si instaura nella nostra RSA tra personale, ospiti e familiari?

“L’impegno nella ricerca del “senso” della vita nelle case di riposo, associato al tentativo di misurare la qualità della vita stessa, parte dal riconoscimento che anche in queste strutture è possibile immettere processi di miglioramento, che non sono la “cipria dei morti”, ma la concreta costruzione di un’esistenza che abbia una direzione”[14]. Qual è l’idea forte, il progetto assistenziale che sta alla base dell’organizzazione della nostra RSA? Verso quale direzione si orientano le vite dei nostri anziani? Trabucchi individua alla base della relazione di cura il rispetto dei diritti di cittadinanza del paziente, “che non può quindi seguire logiche più o meno personali di disponibilità da parte del terapeuta o considerazioni generali di tipo economico od organizzativo. […] Il diritto di cittadinanza si fonda sul riconoscimento dell’alterità del paziente, che vive il rapporto con il terapeuta sul piano della parità, senza alcuna “concessione” da parte di chi detiene il potere clinico ”[15]. Nella nostra RSA il rapporto tra anziani e operatori è “paritario”, oppure il potere clinico di chi può disporre se portare in bagno un anziano o somministrargli cibi più adatti alle proprie preferenze è esercitato in modo tale da collocare gli operatori svariati gradini più in alto rispetto agli ospiti? Peraltro Trabucchi sottolinea che “non è infatti paritario un rapporto nel quale l’anziano si sente costretto dalle condizioni generali del bisogno a “salire sul primo treno che passa”, scambiando la disponibilità di un servizio (o di un atto di cura) con la sua desiderabilità”. Altro caposaldo della relazione di cura, sempre per Trabucchi, è la compassione, intesa come capacità di comprensione del dolore altrui: “La compassione si esprime al meglio nel rispetto della “normalità” della vita dell’altro (il paziente anziano), che ha bisogno di sentirsi aiutato nella ricerca paritaria di una vita normale anche nel corso di malattie croniche o se collocato in strutture che lo allontanano – come le case di riposo – dalla consuetudine delle abitudini. È proprio la tensione verso la normalità che impone un’attenzione vera al “sentire” del paziente, nella cui vita ha un grande spazio la soggettività”. Non mi pare che nella nostra RSA si tenti di mettere in atto una tensione verso la normalità della vita dell’anziano: non si cerca di ricreare un ambiente familiare, rispettoso dei tempi di ogni ospite (diverse altre RSA, ad esempio, hanno da tempo abbandonato la scansione rigida degli orari della giornata, per abbracciare tempi più vicini alle esigenze degli ospiti) e della sua individualità, non si evita di limitare la libertà dell’ospite con mezzi di contenzione, ma si tende a irrigidire tutti gli ospiti in uno schema unitario e omologante, che cala su di loro rigidamente, provocando un inevitabile senso di spersonalizzazione.

Per tutti questi motivi, credo che sia urgente una profonda riflessione critica sul progetto di cura degli anziani nella nostra RSA. Oltre a quanto ho detto prima, negli ultimi tempi sono state rilevate diverse lamentele degli ospiti e dei familiari, fino ad arrivare alla lettera dei signori ***, che denunciano una situazione grave, probabilmente sfuggita di mano a chi ha la responsabilità dell’amministrazione e della gestione della Fondazione Vaglietti-Corsini. Non voglio qui attribuire colpe, che peraltro tutte le persone chiamate in causa hanno scaricato su altri: mi limito ad invitare tutti quanti siano investiti di responsabilità, Consiglio di Amministrazione, Direttore sanitario, familiari degli ospiti, Sindaco, Assessore competente, Consiglio comunale, tutti coloro che hanno a cuore il benessere dei nostri anziani, a dare il via ad un profondo ripensamento della gestione, della funzione e dell’importanza del Vaglietti per la comunità di Cologno al Serio. È certo importante occuparci della storia e della memoria di questa RSA, come è stato lodevolmente fatto di recente dal Presidente, dottor Drago, ma non è ammissibile sorvolare sulla sua situazione presente e sulle problematiche che essa presenta. Non abbiamo bisogno, oggi, di discutere di progetti edilizi, di ristrutturazioni di edifici, di cessione di proprietà, di buchi nel bilancio: dobbiamo rimettere al centro del discorso i soggetti che abitano il Vaglietti, i nostri anziani, che lì vivono gli ultimi anni della loro vita. È necessario rivedere il progetto assistenziale, privilegiando un’organizzazione capace di rispettare la dignità, la libertà, la diversità e il diritto di cittadinanza degli ospiti di questa struttura. È possibile intendere un modello di RSA che risponda a questi bisogni, rimettendo al centro delle pratiche di assistenza la figura dell’anziano, visto come soggetto e non come oggetto di cura, rispettato in quanto persona e cittadino unico, diverso da tutti gli altri.

In conclusione mi rivolgo a chi ha la delicata responsabilità della scelta e della nomina dei nuovi amministratori della nostra RSA, cioè al Sindaco e all’Amministrazione comunale. Ci troviamo in un momento di passaggio di consegne tra il Consiglio di Amministrazione uscente e quello che verrà nominato: non perdiamo l’occasione per affrontare questo discorso, per scegliere persone competenti e sensibili all’interno del nuovo CdA, che sappiano amministrarlo a vantaggio degli ospiti, non dell’ipotetico e astratto benessere (economico? Edilizio? Da grande opera?) di un ente che, senza gli anziani, non avrebbe ragione di esistere. Entrare a far parte di un Consiglio di Amministrazione, diventare Presidenti del Vaglietti, non significa assumere una carica di prestigio e di potere in sé, ma prendere su di sé un impegno disinteressato volto al benessere degli anziani che costituiscono il Vaglietti stesso. È un processo impegnativo, faticoso, che richiede sensibilità, compassione, competenza, senso critico: troviamo persone che rispondano a questi bisogni, non a logiche deteriori, di partito, economiche, personali. Soltanto in questa accezione è possibile intendere, dal mio punto di vista, un discorso “politico” sul Vaglietti, là dove politica significa occuparsi dei diritti degli individui che costituiscono una comunità, e in particolare dei suoi soggetti più fragili.

Cologno al Serio, 22 marzo 2009.

Chiara Drago, consigliera comunale e nipote dell’ospite Pierina Aceti


[1] I dati citati sono estrapolati dal contributo di Alberto Cester, Le dimensioni del problema oggi, in Atti del corso di aggiornamento “La contenzione fisica in geriatria è ancora un problema?” tenutosi a Riva del Garda nel 2003, editi dal Gruppo di Ricerca Geriatrica.

[2] Ermellina Zanetti e Silvio Costantini, L’uso dei mezzi di contenzione fisica. Introduzione e dimensione del problema, consultabile sul sito del GRG all’indirizzo <http://www.grg-bs.it/letteratura/documenti_mezzi-contenzione.htm&gt;.

[3] Come sottolinea Daniele Rodriguez, “un trattamento, anche se volto a rimuovere o a prevenire la malattia, non automaticamente garantisce la salute se gravato da una componente afflittiva (limitazione della libertà) che incide sulla componente mentale e sociale del benessere”. Daniele Rodriguez, Gli aspetti etici e giuridici, in Atti del corso di aggiornamento “La contenzione fisica in geriatria è ancora un problema?” tenutosi a Riva del Garda nel 2003, editi dal Gruppo di Ricerca Geriatrica.

[4] Come ricorda Ermellina Zanetti, Ridurre la contenzione fisica è possibile?, in Atti del corso di aggiornamento “La contenzione fisica in geriatria è ancora un problema?” tenutosi a Riva del Garda nel 2003, editi dal Gruppo di Ricerca Geriatrica, “se dobbiamo contenere: 1. la contenzione deve essere utilizzata come ultima risorsa e solo se i potenziali benefici sono superiori ai potenziali danni; 2. utilizzare il minimo contenimento per il minor tempo; 3. rivalutare frequentemente la necessità di contenere; 4. applicare i mezzi di contenzione nel rispetto delle indicazioni fornite dal costruttore; 5. osservare il paziente durante il periodo di contenzione” (le sottolineature sono mie). Risulta difficile immaginare che vi sia un costruttore di un ausilio di sicurezza per legare una carrozzina ad un corrimano, così come è arduo credere che i tre mezzi di “contenzione” applicati (tavolino, fasce per carrozzina e legatura al corrimano) corrispondano nella fattispecie al minimo contenimento possibile, né è agevole immaginare come la paziente potesse essere frequente oggetto di osservazione, essendo ella rivolta con il volto e il corpo al muro.

[5] Cito sempre da Zanetti e Costantini: “Non secondario rilievo assumono osservazioni di natura etica e problemi di natura medico legale. Sotto questo profilo vanno ricordati i principi garantiti dalla Costituzione Italiana della inviolabilità della libertà personale (art. 13) e della necessità al consenso dell’atto terapeutico (art. 32). L’uso non giustificato dei mezzi di contenzione può infatti dare adito ad accuse di aggressione e violenza (art 610 Codice Penale). Va ricordato altresì che qualora ricorrano gli estremi dello stato di necessità (art. 54 Codice Penale), la misura di contenzione, sempre che sia proporzionale al pericolo attuale di un danno grave non altrimenti evitabile, non solo può, ma deve essere applicata, potendo configurarsi altrimenti il reato di abbandono di incapace (art. 591 Codice Penale)” (grassetto e sottolineato miei).

[6] Cito dalla Carta dei diritti del malato, art. 13, “ogni cittadino, anche se condannato dalla sua malattia, ha diritto a trascorrere l’ultimo periodo della vita conservando la sua dignità, soffrendo il meno possibile e ricevendo attenzione e assistenza”, e dalla Carta dei diritti dell’anziano, art. 1, “la dignità e il valore di una persona non sono necessariamente legati alla capacità ed all’attività produttiva dell’età, ma sono principi validi universalmente e devono essere posti alla base della convivenza e dell’organizzazione sociale dove va affermata la cultura della solidarietà, autonomia e uguaglianza intesa come parità di diritti”.

[7] Nuovo Codice Deontologico degli Infermieri Italiani, art. 30: “L’infermiere si adopera affinché il ricorso alla contenzione sia evento straordinario, sostenuto da prescrizione medica o da documentate valutazioni assistenziali”.

[8] Michel Foucault, Archivio Foucault. Interventi, colloqui, interviste, Feltrinelli, p. 314.

[9] Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Mondadori, p.49: “Parlerò di «iatrogenesi sociale», intendendo con questo termine tutte le menomazioni della salute dovute appunto a quei cambiamenti socio-economici che sono stati resi desiderabili, possibili o necessari dalla forma istituzionale assunta dalla cura della salute. La iatrogenesi sociale designa una categoria eziologica che abbraccia molteplici manifestazioni. Insorge allorché la burocrazia medica crea cattiva salute aumentando lo stress, moltiplicando rapporti di dipendenza che rendono inabili, generando nuovi bisogni dolorosi, abbassando i livelli di sopportazione del disagio o del dolore, riducendo il margine di tolleranza che si usa concedere all’individuo che soffre, e addirittura abolendo il diritto di autosalvaguardarsi”.

[10] Ibidem, p. 49.

[11] Mi riferisco al fatto recentemente accaduto ad una ospite indisposta (nausee continue), che ha chiesto di avere per cena due fette di crudo invece di avere affettati più pesanti, come lardo, pancetta e mortadella, serviti spesso a cena; la richiesta è stata respinta “per non creare un precedente”. A quest’ospite è stato sequestrato un pezzetto di Grana padano che la stessa aveva ricevuto in dono da familiari: per ammissione dell’ospite, si trattava di uno dei pochi alimenti che riusciva a mangiare senza provare nausea.

[12] Più volte mi è capitato di assistere personalmente a rifiuti opposti dal personale alla richiesta degli ospiti di essere accompagnati in bagno perché “questa non è l’ora di andare in bagno” o “ci sei appena andato”.

[13] Come ho già avuto modo di dire in sede di conferenza dei Capigruppo in comune, non si tratta di segnalazione di rilievi di poco conto, ma di situazioni di malfunzionamento della struttura rilevanti (mancata idratazione – soprattutto d’estate – degli ospiti, assenza di risposte alle loro richieste di andare in bagno, assenza di salviette personali in bagno, di carta igienica…).

[14] Marco Trabucchi, È possibile un pensiero forte nella cura dell’anziano? Tra evidence based medicine, compassione e libertà della persona, in Atti del corso di aggiornamento “La contenzione fisica in geriatria è ancora un problema?” tenutosi a Riva del Garda nel 2003, editi dal Gruppo di Ricerca Geriatrica.

[15] Ibidem.

Ecco i materiali che verranno proiettati stasera durante l’assemblea pubblica della Sinistra l’Arcobaleno di Cologno al Serio.
Venerdì 28 marzo, presso l’Auditorium delle Scuole medie, alle ore 21 si terrà l’assemblea della Sinistra l’Arcobaleno di Cologno al Serio originariamente prevista per il 14 marzo. L’incontro verterà sulla situazione del nostro paese dopo altri due anni di amministrazione leghista e sarà l’occasione per fare il punto sulle attività svolte dall’opposizione in questi due anni. Al termine della serata su questo blog saranno pubblicati i materiali illustrati durante l’incontro stesso.
incontro-28-marzo.pdf

Tornando al PTOOPP, all’osservazione mia e del consigliere Robert Carrara, che ribadivamo la totale assenza di prospettiva sociale nelle opere previste per i prossimi tre anni, il Sindaco ha risposto che in realtà non è così, perché lui sta pensando sia di trovare una collocazione nuova per la biblioteca, probabilmente nella Filanda (peccato che nel progetto non si faccia alcun cenno a tale eventualità), sia ad un centro anziani (ma quale, le panchine fuori dalla Rocca?), sia di ampliare la nuova scuola materna statale, viste le richieste particolarmente elevate per il servizio. Piuttosto alterata, mentre Carrara accoglieva positivamente la novità legata alla biblioteca, ho fatto notare che queste sono solo parole, dato che nel PTOOPP non vi è niente di tutto ciò, e inoltre mi sono arrabbiata per la questione della scuola materna: è stata inaugurata due mesi fa, in clamoroso ritardo sui tempi previsti, costandoci il doppio di quanto stabilito, con opere fatte al di fuori di ogni regolamentazione legittima, e già si parla di un possibile ampliamento?! Ma stiamo scherzando??!! Trovo assolutamente intollerabile l’idea che si possa progettare un’opera e due mesi dopo la sua realizzazione si definisca tale edificio già inadeguato rispetto alle finalità per le quali era stato pensato! Ghidoni ha sottolineato che le esigenze alle quali rispondere sono nuove: sezione primavera e un possibile asilo nido. Non potevano pensarci quattro anni fa, quando la scuola è stata progettata, se avevano davvero intenzione di creare un asilo nido??!! Apprendiamo invece che a luglio scade la convenzione con l’asilo nido statale di Urgnano e intenzione dell’Amministrazione sarebbe di non rinnovare tale convenzione per stipularne una con il micronido della scuola dell’infanzia don Cirillo Pizio (proprio quella scuola in contrapposizione alla quale è stato appositamente creato dai leghisti l’asilo statale! Evviva la coerenza!).

Passando al Bilancio di previsione 2008, sia Robert Carrara che io abbiamo rilevato l’utilizzo eccessivo di oneri di urbanizzazione a copertura delle spese correnti, operazione che di fatto sottrae ricchezza da investire per il comune andando invece a coprire spese strutturali. Io ho anche fatto notare che sarebbe bene dare un freno alle monetizzazioni (nel solo 2008 sono previsti 600.000,00 € di introiti), dato che si tratta di una fonte di arricchimento per il comune che dovrebbe essere però finalizzata al reperimento, da parte del comune stesso, di quegli standard urbanistici che i privati non realizzano ma pagano: in realtà, con i proventi delle monetizzazioni si sta andando a finanziare tutt’altro che standard urbanistici!

Ho quindi chiesto conto di alcune voci di bilancio. In primis, ho posto l’attenzione sul contributo volontario messo a bilancio per tre anni, pari a 158.300,00 €, ribadendo la mia totale contrarietà alla richiesta da parte dell’Amministrazione di soldi in più ai privati per le varianti che il comune ammette. Trovo che si tratti di una manovra discutibile, che lascia supporre un rapporto connivente tra politica e interessi speculativi sul territorio. Il concetto che passa è che chiunque abbia disponibilità economiche possa fare qualsiasi cosa sul nostro territorio, purché paghi. Su una spesa elevata (95.000 € per il 2008, a fronte di 20.000 € previsti per il 2009 e il 2010) per la manutenzione stradale, Sesani mi ha risposto così (ilarità generale, ma ci sarebbe da piangere): “Per il 2009 (veramente la voce è nel 2008, nemmeno cronologicamente sappiamo orientarci! NdC) prevediamo di asfaltare tante strade!” Sul Piano di Zona, cioè il progetto di edilizia popolare di attuazione comunale, che prevede la realizzazione di appartamenti a prezzo calmierato con l’assegnazione tramite bando comunale ai soggetti aventi i requisiti, abbiamo appreso che con ogni probabilità il tutto sarà realizzato, come per il fu PIP, direttamente dai privati: in questo caso si tratta di due cooperative che sono già proprietarie dell’area. Pare poi che per la farmacia ci sarà l’assunzione del terzo farmacista, spacciata come “ventata di novità per una farmacia rispetto alla quale ci sono molte lamentele”. Non entro nel merito della farmacia comunale, sulla quale ci sarebbe molto da discutere (paradossale che alcune prestazioni come la misurazione della pressione siano a pagamento nella farmacia del comune mentre siano gratuite in quella privata), ma se assumono un farmacista e non un bibliotecario in più giuro che mi arrabbio veramente!

Dopo l’approvazione del bilancio, abbiamo discusso con grande rapidità sei altri punti, legati tutti a varianti di PL. Era tardissimo ed è stato spiacevole liquidare in breve dei punti di una certa importanza. Sarebbe il caso che l’ordine del giorno venisse calibrato meglio per i prossimi consigli comunali.

Il consiglio comunale di ieri sera è stato intenso, decisamente troppo ricco di punti all’ordine del giorno, tutti letti da Sesani con tonalità monotona e soporifera. In queste occasioni, la maggioranza avrebbe il dovere di distribuire caffè a tutti i consiglieri!

A parte questa nota di carattere ambientale, due grandi questioni si sono subito poste alla nostra attenzione, una implicita e l’altra esplicita.

La prima riguarda la comunicazione fatta dall’ex assessore Ghidoni in apertura della seduta: non sarà più un consigliere di maggioranza, ma farà gruppo autonomo. Il velenoso maestro ha posto vari interrogativi sull’operato dell’Amministrazione e si è astenuto dall’approvazione del Piano triennale delle opere pubbliche e del Bilancio di previsione, entrambi passati sul filo del rasoio, vista l’assenza tra le file della maggioranza dell’assessore ai Lavori pubblici Cavalleri (proprio mentre si approvava il Piano triennale delle opere pubbliche: geniale!!!) e dell’ex assessore Adobati.

La seconda “novità” è più una rilevazione dell’evidente: il candidato sindaco di Forza Italia e Alleanza Nazionale alle elezioni 2006, Daleffe, forse ancora attuale rappresentante del PDL in consiglio comunale, è sparito. Non partecipa ai consigli e nemmeno ai preconsigli da parecchi mesi e le ipotesi sulla sua sparizione hanno tenuto banco a lungo durante la lunghissima lettura del Bilancio proposta come di consueto da Sesani (anche perché con la sua presenza i consiglieri “critici” o di opposizione sarebbero stati pari a quelli di maggioranza, 7 a 7). Io ho ipotizzato che possa essere stato rapito dagli alieni, interessati a studiare la sua capacità di fare improbabili battute in qualsiasi circostanza. La sua assenza è tanto più grave proprio per lo spirito del consiglio: ci mancano la sua ironia “a gamba tesa”, le sue affermazioni icasticamente ingenue, le sue schermaglie con il Caste dal sapore di litigi fra amanti.

Passando alle cose serie, cioè entrando nel merito del consiglio di ieri, il primo punto da approvare riguardava il Piano triennale delle opere pubbliche (d’ora in poi PTOOPP). Subito è stato osservato dal consigliere Bonacina che la copia inviataci per l’approvazione non corrispondeva a quella allegata alla Relazione del bilancio di previsione 2008. Sesani ha scaricato la colpa sul funzionario, reo di non essersi accorto di questa discrasia, ma Ghidoni, pungente come un aculeo di riccio molto nervoso, gli ha fatto notare che se cinque assessori hanno approvato la Relazione e il PTOOPP in giunta senza accorgersi dell’errore c’è qualcosa di cui dubitare circa le loro capacità amministrative. Anch’io ho rimarcato la gravità della questione, considerando poi che nella prima bozza le opere venivano finanziate attraverso monetizzazioni e un contributo concessorio, fondi di bilancio e un mutuo, alienazioni di fondi rustici, mentre nella bozza due spariscono il mutuo e il contributo concessorio e appaiono un’alienazione di aree residenziali per 890.000,00 € e un considerevole aumento delle monetizzazioni. Il PTOOPP dimostra una spaventosa assenza di visione critica del paese: ho evidenziato come, a fronte di un rilevante invecchiamento della popolazione, stando anche ai dati forniti nell’analisi della Relazione di bilancio, non sia stata messa in previsione alcuna opera relativa al settore sociale. Per i prossimi anni saranno realizzati un anfiteatro per manifestazioni in centro, una struttura coperta per manifestazioni al mercato e un’altra struttura per manifestazioni alla Filanda: pare che Cologno pulluli di manifestazioni e spettacoli! Inutile rimarcare come questi tre interventi finiscano per sovrapporsi, mentre non vi è alcuna traccia della biblioteca promessa dal Caste (in versione promesse da marinaio?). Il Sindaco, replicando alle mie osservazioni, ha detto che i fondi del 2008 sono impegnati esclusivamente per la conclusione degli impianti sportivi a causa del patto di stabilità (un’altra pezza da 1,2 milioni di euro, a cui si devono aggiungere circa 250.000,00 € di opere che verranno direttamente realizzate dal Casale (come da convenzione, il contributo volontario è stato trasformato in opere da realizzare da parte del privato). Ho ovviamente replicato che nessuno ha chiesto loro di predisporre un’opera da 4,5 milioni di euro (in realtà, due campi e una tribuna). Imbarazzante poi l’affermazione sfuggita al Sindaco: sul terreno residenziale che il comune venderà pare che vi sia “un contadino che coltiva senza contratto”. Alla richiesta di un mio chiarimento, il nostro primo cittadino si è contraddetto e ha ritrattato: se vi fosse un contratto, il comune dovrebbe pagare una buonuscita al contadino, figura che comunque “non c’è”. La seconda sparizione in una sola seduta consiliare!

Il piano è stato approvato con 4 voti contrari (opposizioni) e 2 astensioni (Ghidoni e Gustinelli).

In un prossimo post il seguito del resoconto.